E FIN QUI ABBIAMO CAPITO IL MOTIVO DEL CAPRICCIO, ORA PENSIAMO A COME POTER PROCEDERE!

E FIN QUI ABBIAMO CAPITO IL MOTIVO DEL CAPRICCIO, ORA PENSIAMO A COME POTER PROCEDERE!

Si lavora allora su due linee: si previene e si ascolta.
Se non si riesce a prevenire (l’obiettivo non è “eliminare i capricci” ma rendere le richieste autentiche: se hai bisogno di me, chiedi di me; se hai bisogno di aiuto, chiedi aiuto; se hai bisogno di tempo noi due da soli, chiedi tempo), si può soltanto contenere: aiutare, stare accanto, capire che effettivamente è difficile accettare un no in quei momenti. Tornate a immaginare voi stessi che comprate i cioccolatini così, senza pensarci due volte, e di dovervi giustificare e spiegare con il vostro partner: siete adulti e sapreste contenere l’espressione della vostra frustrazione, ma ciò non significa che non la sentireste o che non verrebbe fuori.

L’esempio è ovviamente semplificato e di adulti parleremo ancora vista l’immensa complessità, così come parleremo di gestione dei capricci, emozioni, rabbia, relazione. Cercate però di focalizzarvi sull’esperienza del bambino che chiede, pretende, esige un oggetto: su quell’oggetto viene trasferito tutto il bisogno, tutta la necessità, tutta la speranza di riuscire a spazzare via quelle sensazioni spiacevoli. La soluzione non è mai spazzarle via ma sempre ascoltarle, perché sono indicazioni preziose che il nostro corpo e la nostra mente ci danno. Rappresentano il cruscotto della macchina che ci segna livelli di olio, benzina, acqua, giri del motore, velocità: perché mai dovremmo guidare una macchina senza guardare cosa ci indica? Oltre che inutile risulterebbe anche pericoloso.

Se il vostro bambino esplode, dategli il tempo di calmarsi (vedremo come), stategli accanto, scegliete voi se acquistare o meno ciò che richiede: ma poi osservatelo, ascoltatelo, offritegli la vostra vicinanza. Quanto ci piacerebbe sentirci dire “sono qui per te, quando hai finito di mangiare i tuoi cioccolatini”? Quanto sarebbe bello per i nostri bambini sapere che ci siamo e che siamo interessati a capirli oltre che a trasmettere regole e fissare limiti? Davvero una macchinina diventa l’occasione per spiegare valori, regole e paletti? Possiamo trovare sicuramente momenti migliori per trasmettere anche questi aspetti importanti: come dice Dan Siegel “limiti e regole possono essere trasmessi a partire da un atteggiamento amorevole, una cosa non esclude l’altra”.
Lasciamo da parte la macchinina (quando il cervello è così reattivo, non può fisicamente e chimicamente apprendere, ascoltare, ragionare), facciamo passare la tempesta e dedichiamoci con cura ai bisogni reali: presenza, relazione, vicinanza, rispecchiamento. Un bambino che si sente capito è un bambino che si sente bene, capace di far fronte a tante difficoltà, vero, autentico e felice.

“Non ne posso più dei tuoi capricci!”

“Non ne posso più dei tuoi capricci!”

Spesso mi viene chiesto: “quale bisogno ci sarebbe sotto la richiesta martellante di avere una nuova macchinina, identica alle 100 macchinine che già abbiamo a casa?”.
Provo allora a tradurre con un esempio sugli adulti, una dinamica in cui bene o male tutti riescono a identificarsi: “è venerdì pomeriggio, siamo stremati da cinque giorni di lavoro intenso e corse da una parte all’altra della città. Figli, impegni, scadenze, niente vita sociale causa covid ed arriviamo letteralmente stremati al fine settimana.

Avvertiamo forte la stanchezza, l’impotenza, il senso di costrizione/frustrazione (ecco le sensazioni). Pensiamo “come vorrei avere due giornate di riposo intere, senza aver nulla a cui pensare, nulla da fare, solo e soltanto riposo e dolce far niente” (altri pensieri: i desideri). Ci assale un senso di sconfitta o ancora frustrazione (sensazioni), il pensiero che non possiamo permettercelo perché abbiamo comunque impegni e responsabilità che non possiamo rimandare o mettere da parte, nemmeno per un giorno (altri pensieri). A questo punto com’è il nostro umore, come ci sentiamo? Siamo in una condizione di bisogno. Bisogno di qualcosa che non possiamo avere immediatamente, ma la sensazione di bisogno c’è, il corpo ce la segnala in qualche modo, la mente, la pancia, tutto si muove.
Nel mentre arriviamo al supermercato, scacciamo via quei pensieri, li mettiamo da parte perché abbiamo solo 10 minuti prima che i figli escano da scuola, corriamo fra gli scaffali e passando vediamo una confezione di cioccolatini. Molto carina, con un bel packaging, invitante, cattura la nostra attenzione. La prendiamo al volo, paghiamo la spesa, risaliamo in macchina e mangiamo 3-4 cioccolatini.

Sareste riusciti a spiegare come mai e perché volevate comprare quei cioccolatini, andando oltre ad un “ne avevo proprio voglia”? Alle 16 di un venerdì pomeriggio, poco prima della merenda, senza la possibilità di potervi lavare subito dopo i denti? Sareste riusciti ad ascoltare le spiegazioni di vostro marito o vostra moglie che tentava di illuminarvi sul fatto che non avevate bisogno di quei cioccolatini, che il cioccolato può far male alla pancia, che c’era già un’ottima merenda pronta a casa e che quindi quei cioccolatini non si potevano proprio comprare?

Rimaniamo su questo passaggio, perché è importante: come vi sentivate poco prima, arrivando al supermercato e come stavate quando avete visto e afferrato i cioccolatini. Rappresentavano per voi “la salvezza”? Ovviamente no. Eppure la voglia era intensa, non c’è stato tempo per sentirne l’intensità ma in qualche modo è arrivata, li abbiamo acciuffati. Sareste riusciti a spiegare a vostro marito perché desideravate quei cioccolatini o avreste trovato difficile spiegare tutta la catena di pensieri/emozioni/sensazioni che vi hanno portato lì? Sareste stati in grado di lasciarli sullo scaffale? Probabilmente sì, ma ad un costo non indifferente. Vi sareste sentiti probabilmente giudicati, squalificati, non capiti, forse anche umiliati e credo sicuramente arrabbiati e frustrati. Ma che sarà mai una scatola di cioccolatini? Sono un adulto!

I bambini vivono dinamiche analoghe ma non hanno la consapevolezza (e spesso nemmeno noi adulti siamo così centrati) per sentire e vedere tutta la catena di pensieri, sensazioni, emozioni e umori che precedono la richiesta: nessun bambino potrà dirvi “sai, siccome sono stato 5 giorni a scuola per otto lunghissime ore, sentendomi ogni tanto rifiutato, ogni tanto giudicato, ogni tanto solo, spesso stanco, poi volevo andare con te in quel bel posto nuovo ma mi hai detto che non c’era tempo, poi ho una valanga di compiti da fare che mi mette molta pressione, poi oggi non sono riuscito a recitare a memoria la poesia che avevamo studiato insieme, ho saltato due versi… ho un marasma di emozioni e sensazioni dentro che mi porta a sentirmi vulnerabile e sento di aver bisogno di qualcosa ma non so nemmeno io cosa, facciamo che è questa macchinina gialla?”. Non possono farlo perché il loro cervello non consente loro di avere questo livello di consapevolezza (dobbiamo noi allenarli a farlo!) e se ci pensate bene anche noi adulti spesso e volentieri viviamo distaccati da ciò che ci accade dentro. Compriamo i cioccolatini perché “ne avevamo voglia”. Compriamo un paio di scarpe pur non avendone bisogno. Ci mettiamo ad urlare per una goccia di succo finita a terra, ritrovandoci dopo pochi minuti a non sapere spiegare perché (solitamente diciamo “perché sono stanca/o”). Non ne ho voglia, mi piacevano, sono stanco. Nemmeno noi sappiamo sempre spiegare il perché delle nostre azioni. Forse non ci rotoliamo a terra, forse non piangiamo con i singhiozzi, ma anche noi adulti agiamo al di fuori della consapevolezza.
Un capriccio è sempre l’espressione di un bisogno: che si concentri su una macchinina, su un fiocco per i capelli, un album di figurine, una borsetta di Frozen, una spada laser o un ovetto kinder, quella richiesta ha dentro di sé un mondo di emozioni, sensazioni e pensieri che sfugge e che è complesso da afferrare.

Tu chiamale se vuoi, EMOZIONI!

Tu chiamale se vuoi, EMOZIONI!

Spesso ci troviamo difronte a delle reazioni spropositate dei nostri figli, che ci lasciano senza parole, a me a volte mi viene da dire ma com’è possibile che un essere così piccolo provi così tanto stupore o tanta rabbia?!?!? E soprattutto mi rendo conto che non so affrontare queste emozioni!

Come gestire le emozioni dei nostri bambini?
Cambiando la modalità con cui le affrontiamo: accogliere un’emozione, significa far sentire un bambino capito. Questo “piccolo” dettaglio ha una potenza inaudita: le esperienze di sintonizzazione fra bambino e genitore hanno la capacità di influire sulla struttura cerebrale dei piccoli e sullo sviluppo di una mente integrata.
Sembra incredibile eppure è proprio così. Interazioni quotidiane e ripetute di sintonizzazione affettiva (sentirsi capiti) riescono a modellare il cervello dei bambini in una direzione sana e funzionale: saranno adolescenti e poi adulti più sicuri, più competenti e più flessibili. In altre parole più consapevoli il che non significa più esposti e vulnerabili, ma proprio più padroni di ciò che succede nella loro vita, vita che non potremo per sempre controllare e gestire.
Cominciate allora sin da oggi ad accogliere i vostri bambini. Cambiate modo di comunicare e di pensare alle loro emozioni. Le emozioni non sono eventi velenosi e sconvenienti, non sono degli ostacoli di cui liberarsi alla svelta. “Smetti di piangere!”, “non fare così…”, “se non la smetti mi arrabbio!”: sembra quasi che queste emozioni siano o una minaccia o un fastidio insopportabile. Comunichiamo loro che esprimere le emozioni è qualcosa di intollerabile e che va evitato, represso ed escluso. E invece le emozioni sono proprio informazioni, indicazioni preziose e uniche che ci guidano e sanno dirci tanto di noi, più di quanto immaginiamo.
Cominciamo dai bambini, dalla curiosità verso ciò che provano che rappresenta esattamente ciò che sono, CHI sono: sentirsi accolti nelle proprie emozioni, significa proprio sentirsi amati per ciò che si è e non per ciò che si fa. Alcuni esempi:

NON AVER PAURA! -> TI SPAVENTA? HAI GIA’ FATTO TANTE COSE DIFFICILI! IO CREDO IN TE!

NON PIANGERE! -> PIANGI FINCHE’ NE HAI BISOGNO, SONO QUI CON TE!

Non piangere! Quante volte l’ho detto?

Non piangere! Quante volte l’ho detto?

Sentirsi dire “Non piangere!”, seppur detto con intento consolatorio, può lasciare i bambini confusi ed anche umiliati. E’ come quando ci sentiamo arrabbiati, tristi e qualcuno ci dice “Non arrabbiarti, non essere triste, non pensarci!”: l’emozione c’è già, come faccio a eliminarla?
Anziché reprimere le emozioni (per non mettere a disagio gli altri!) possiamo accompagnarle al loro fisiologico affievolirsi, esattamente come un’onda che comincia, ha un picco e poi una discesa. Questo è il principio dell’etero-regolazione emotiva, modalità attraverso la quale tutti i bambini (per come sono fatte le loro zone pre-frontali della neo-corteccia cerebrale) imparano a modulare le loro emozioni e le rispettive espressioni. Dunque se mi sento arrabbiato passo – durante la crescita – dal buttarmi a terra, allo sbattere i piedi, poi urlare (a volte anche tutti insieme!) e poi a dire “Sono arrabbiato!” e anche “ho bisogno di…”. Ci vuole tempo e tanto allenamento proprio perché il loro cervello ha fisiologicamente bisogno di esperienze quotidiane e ripetute per costruire, passo dopo passo, queste capacità e competenze.
E’ come se dovessimo percorrere la stessa strada in un prato erboso così tante volte da riuscire a tracciare un sentiero: il cervello funziona esattamente così. Ed è così che li accompagniamo a creare quella stradina, tanto utile, per imparare l’auto-regolazione emotiva: in altre parole significa riuscire a calmarsi, a riflettere, a usare le proprie emozioni in autonomia e poi a comunicarle a chi si ha accanto.
Dunque mostriamo loro che:
😰 le emozioni non fanno paura! Le possiamo osservare
🧐 le emozioni ci dicono qualcosa di noi
🛠 le emozioni possono essere usate per capire di cosa abbiamo bisogno

“Non piangere!” significa squalificare l’utilità di quell’emozione (paura, tristezza, rabbia) e vanificare l’importante messaggio di fondo (ho bisogno del tuo aiuto).
Diciamolo allora con le nostre parole e il nostro corpo, abbassiamoci alla loro altezza, diamo spazio a quel momento, offriamo un abbraccio… questo di solito ci aiuta a sentirci più vicini, a capirci prima, a ristabilire la sintonia.
“Quando un bambino non si sente capito, piccole cose possono diventare grandi problemi” recita Dan Siegel ed è dando importanza ad ogni piccola lacrima che possiamo capirli e aiutarli a capirsi. 

Mamma guardami!

Mamma guardami!

Oggi vorrei parlare di un problema comune a tutti noi genitori: Il bisogno di attenzione.

E’ forse il bisogno più duramente giudicato e squalificato, come fosse un lusso, un “di più” che i bambini chiedono quasi senza ragione, perché sono capricciosi e manipolatori. Non di rado sentiamo dire che il bisogno di attenzione, guarda caso, emerge proprio quando quell’attenzione non possono proprio averla o quando si accorgono che il genitore si è distratto. E così ecco che il quadro si chiude rapidamente: “lo fa apposta, appena ho cominciato a parlare con la mia amica si è messo a chiamarmi insistentemente”. “A martello” è la modalità che usano i bambini per richiamare i genitori: quei “mamma mamma mamma mammina” e “papà papà papà”, magari tirando un po’ il bordo della giacca, la mano, la gonna; richieste che non lasciano scampo e che toccano rapidamente la pazienza degli adulti. Facile che si perda il controllo o che si risponda bruscamente, aprendo il campo a scontri e discussioni senza fine: noi ci siamo alterati, loro lo sentono e ne rimangono confusi, diventano ancora più richiedenti (se mi sento confuso o rifiutato sento il bisogno di mamma o papà accanto a me – è il sistema dell’attaccamento), ma l’adulto continua a leggerla come richiesta manipolatoria (“lo fa apposta!”) e voilà il circolo vizioso è bello che avviato.

Notizia numero uno: il bisogno di attenzione è biologicamente fondato. I bambini hanno reale bisogno (paragonabile alla fame e alla sete) di essere visti e osservati dai loro genitori. Non conta molto aver dato loro attenzione nelle ore precedenti: è come dire che siccome stamattina abbiamo bevuto un grande bicchiere d’acqua, allora non possiamo avere ancora sete. I bisogni funzionano così: emergono, vengono soddisfatti ma poi fisiologicamente tornano con la loro urgenza. È per questo che fare i genitori è così impegnativo 🙂 Spegnere un bisogno è impossibile, l’unica cosa che possiamo spegnere è l’espressione di quel bisogno, ma questo rimarrà vivo internamente, un fuoco pulsante che divora e non dà tregua, ed è così sia per i grandi che per i piccini.

Notizia numero due: quando i bambini sono abbastanza grandi, possiamo insegnare loro un metodo che rispetta sia il bambino che l’adulto. Quando sentono così forte il bisogno di dirci o mostrarci qualcosa (sacrosanto), ma noi siamo assorti da una chiacchiera (un bisogno dell’adulto, sacrosanto anch’esso), possono richiamare la nostra attenzione mettendo una mano sul nostro polso o sulla nostra coscia: quello sarà il segnale “mamma ho bisogno di parlarti” e l’adulto potrà a sua volta comunicare la sua disponibilità ponendo la sua mano sopra quella del bambino e lasciandola lì, una sorta di “messaggio ricevuto, ci sono, appena ho finito avrai tutta la mia attenzione”. Questo consente al bambino di mantenere il contatto con il genitore (la mano sopra la sua significa proprio “ti ho a mente, sei nei miei pensieri, ci sono!”) e al genitore di dare contemporaneamente ascolto ad entrambi i bisogni: il suo di finire il discorso o la chiacchiera; e quello del bambino di avere un parte della sua attenzione.
Ci vogliono ovviamente molti tentativi prima che il metodo abbia successo e non bisogna scoraggiarsi, la cosa che più assicura la riuscita di questo scambio è proprio il comportamento del genitore: se promettete piena attenzione dovete poi offrirla, senza se e senza ma. Ringraziando il bambino per aver atteso (per loro è immensamente difficile posticipare un bisogno ed è proprio questo che stanno imparando nel regolare le loro emozioni) e ponendoci in totale ascolto di ciò che hanno da condividere con noi. In questo modo non squalificate il loro bisogno di voi ma non sacrificate nemmeno il vostro desiderio di riuscire a parlare e confrontarvi con altri adulti. Finito il momento di condivisione con il vostro piccolo, potete ricominciare a parlare, ricordando di nuovo il metodo delle mani. Questo atteggiamento funziona anche da modeling (veder fare, saper fare) e vedrete che anche i bambini impareranno a terminare ciò che fanno e poi dedicarsi ad ascoltarvi: finisco la torre con i lego e ti ascolto, mamma; finisco di colorare e ti ascolto, papà.

Se noi pretendiamo ascolto immediato, perché i bambini non dovrebbero richiederlo? Chi insegna loro ad aspettare? I bambini imparano da noi cosa e come chiedere le cose, cosa e come ascoltare… mostriamo loro che ascoltare gli altri è importante, ma che è importante anche ascoltare se stessi. Siamo l’esempio più importante e più reale a cui i nostri bambini si ispirano ogni giorno!
Ecco che “usare le mani con i bambini” assume un’altra sfumatura, diametralmente opposta a quella classica: possiamo usarle in maniera rispettosa, utile e accogliente. Questo metodo mostra proprio come il contatto e la relazione possano sempre venire in nostro soccorso e aiutarci a insegnare qualcosa di utile, per dire loro “ci sono per te”, “sei importante per me”, “sei nei miei pensieri”, “ogni cosa di te mi riguarda e mi interessa”, “ti voglio bene”.

L’elfo Bernardo

L’elfo Bernardo

C’ era una volta al polo nord, Babbo Natale che riceveva milioni di lettere da tutti i bambini del
mondo. Chiamò la sua squadra di elfi che leggevano le lettere per dargli una mano e tutti
cominciarono a lavorare. A un certo punto al polo nord arrivò un elfo cattivo che strappava le
lettere dei bambini e le gettava nel fuoco.
Un giorno, precisamente il giorno di Natale, tutti gli elfi aiutarono Babbo Natale a consegnare i
regali ai bambini ma l’elfo Bernardo, quello cattivo, si riposò e non andò con loro.
Babbo Natale si accorse che ad alcuni bambini, non aveva portato il regalo. Allora guardò i biglietti
dell’ anno precedente e portò i regali a tutti. Quando tornò a casa cacciò via Bernardo perché
scopri che era colpa sua.
Tutti vissero un bel Natale mentre Bernardo rimase solo, senza amici né regali.
Francesco e Niccolò Maria

I TERRIBILI DUE

I TERRIBILI DUE

Avrete sentito parlare di una fase oppositiva, durissima da superare. Un anno tremendo in cui vostro figlio si trasformerà in un piccolo Attila che vi renderà la vita ancor più difficile. Vi distruggerà casa. Non si vorrà vestire, ne’ vorrà dormire o qualsiasi altra cosa gli chiederete. Vi dirà sempre no. Urlerà. Lancerà le cose a terra. E chissà quanto altro! Come se, arrivato ai due anni, si accendesse l’interruttore del distruttore. Chissà perchè poi!

I terribili due anni, the terrible two, non esistono!

Non esiste un’età in cui il vostro bimbo si trasforma nel vostro nemico! Vostro figlio sta semplicemente crescendo. Ed è la cosa più naturale del mondo. Tra i 18 mesi e i 2 o 3 anni (i tempi sono diversi per tutti, naturalmente) il vostro bambino inizia a capire che non è un pezzo unico con la madre. Inizia a percepirsi come una persona staccata e indipendente. Questa sua percezione però ha bisogno di essere concretizzata, sperimentata. Inzia a percepirsi come una persona indipendente. Tutto normale! È necessario che sia così. È necessario che questa fase della crescita sia rispettata ed accolta perchè il vostro bambino possa costruire una buona base per la propria autostima e crescita futura.

Dice no perchè ha bisogno di dimostrare che anche lui ha una volontà e una libertà di scelta. Ha bisogno di dimostrarlo agli altri ma anche a se stesso. Le sue scelte a volte vi sembreranno assurde e insensate semplicemente perchè sono dettate dalla sua creatività e da una logica che ormai noi non ricordiamo più perchè troppo presi da doveri, regole, giusto/sbagliato, si può fare/non si può fare.

Provate ad ascoltare con un po’ più di elasticità le sue richieste. Provate a mettere da parte preconcetti e aspettative. Provate ad essere empatici. Mettitevi nei suoi panni e vedrete che troverete meno difficoltà ad accogliere i suoi bisogni.

All’improvviso, mentre voi proveraete a mettergli le scarpe come ogni mattina, lui vi dirà “No, faccio io!” È l’inizio di un altro momento della sua crescita.

Purtroppo, però, la reazione più comune della maggior parte dei genitori è la negazione. “Basta! Non puoi farlo tu. È tardi, dobbiamo scappare. Faccio io !”

Spesso, quando i bambini iniziano a diventare indipendenti, alcuni genitori reagiscono con un atteggiamento di opposizione e di sfida.

“Tu non lo sai fare, faccio io!”

“Sei troppo piccolo, ci penso io”.

“Non si fa così, ti faccio vedere io.”

“Lascia fare a me, ti aiuto io.”

Se un genitore è oppositivo e antagonista nei confronti del figlio che muove i primi passi verso l’indipendenza, nel giro di un paio di mesi anche il bambino assumerà lo stesso atteggiamento. Sfida contro sfida. Oppure abbandonerà definitivamente l’iniziativa perdendo ogni velleità di indipendenza.

È importante che i bambini diventino sempre più indipendenti, confidando sulle proprie forze. Fa parte del loro sviluppo. Definire un bambino ribelle è solo uno stratagemma di chi detiene il potere per poterlo mantenere subordinato a se’.

I bambini sono fondamentalmente buoni. Le loro necessità affettive sono importanti e noi genitori dobbiamo dare loro amore, rispetto e attenzione.

Le persone trattate con affetto durante la loro infanzia diventeranno adulti più pacifici e più amorevoli, più comprensivi, prima con loro stessi e poi con gli altri. Saranno adulti capaci di essere felici.

L’Immacolata spiegata ai bambini

L’Immacolata spiegata ai bambini

Per la festa di domani ecco alcuni spunti da mamme che hanno introdotto i propri figli alla scoperta di Maria, Piena di Grazia e senza macchia.

Come spiegare il dogma dell’Immacolata Concezione ai bambini? Cosa si festeggia l’8 Dicembre? Partiamo dall’inizio… Cosa significa Immacolata concezione? Significa che Maria, per grazia di Dio e in anticipazione dei meriti di Cristo è stata preservata dal peccato fin dal momento del suo concepimento.

Per aiutare i nostri cuccioli a comprendere questa realtà, ho pensato di fare l’esempio di una mamma e un papà che, in attesa di un bambino, preparano tutto ciò di cui avrà bisogno: vestiti, culla, cameretta…. vogliono che tutto sia perfetto per l’arrivo della loro creatura e preparano tutto con cura e amore. Allo stesso modo ha fatto Dio! Per l’arrivo del suo Figlio sulla terra ha preparato colei che lo avrebbe accolto nel suo grembo: la sua mamma! E l’ha preparata facendo in modo che fosse pura e senza macchia da sempre!

Vi lascio qualche lavoretto da proporre per questa giornata di festa!

Un Natale molto indaffarato

Un Natale molto indaffarato

C’erano una volta quattrocento elfi che camminavano sopra le montagne piene di neve, per
cercare un lavoro. Dopo un po’, incontrarono altri cento elfi che ne avevano appena incontrati altri
quaranta. Tutti insieme, camminarono per ore e trovarono un’enorme fabbrica-casa fatta di
biscotti, caramelle e cioccolato: era la fabbrica di giocattoli di Babbo Natale.
Gli elfi suonarono delicatamente e con calma, il campanello. Subito arrivarono alcuni elfi sudati e
tristi . Gli elfi appena arrivati chiesero: “Ciao siamo elfi in cerca di lavoro, vi possiamo
aiutare?”Tutti insieme cominciarono il loro faticoso lavoro. Era la vigilia della vigilia di Natale
(quindi il ventitré dicembre) e tutti erano stanchissimi. Alle undici di notte la metà degli elfi andò a
dormire insieme alle renne, invece l’altra metà e Babbo Natale lavorarono fino a mezzanotte e
trenta. All’una arrivò una befana di nome Lisetta che rubò caramelle alla liquirizia,fragole, menta,
limone, arancia, tante bambole, mini motorini e cioccolatini e li portò al suo rifugio.
Quando si svegliarono, tutti rimasero a bocca aperta: il loro lavoro era andato in fumo. Nella
fabbrica erano rimasti solo pochi doni e tutti si rimisero a lavorare senza fare colazione né lavarsi i
denti e levarsi il pigiama. Non dormirono e, finalmente, la notte del ventiquattro dicembre , Babbo
Natale e le renne consegnarono i regali ai bambini: il giorno di Natale tutti festeggiarono felici e
contenti.
Babbo Natale fu felice e dette una lezione alla Befana Lisetta: la trasformò in una barbie gigante e
la mise in mostra in un supermercato. Il Natale fu molto belloe la Befana non tornò più se stessa e
rimase per sempre al supermercato.
Caterina e Sheila

Il Natale svagato

Il Natale svagato

C’erano una volta degli elfi di Babbo Natale che stavano fabbricando i giocattoli perché il giorno
dopo era la vigilia di Natale. La befana però, aveva intenzione di dare ai bambini solo cioccolatini
per farli ingrassare invece di dare i regali. Babbo Natale cercò di fermarla ma non ci riuscì perché
lei scappò con la scopa.
Era la notte del ventiquattro dicembre e tutti gli abitanti del paesino di montagna cantarono. La
Befana stava preparando i dolcetti per attuare il suo piano: lei voleva farli ingrassare perché i
bambini non le piacevano più.
Era il venticinque dicembre e Babbo Natale, gli elfi e le renne erano pronti per portare i doni ai
bambini prima della Befana. Babbo Natale disse alle renne:”Per favore sbrigatevi!”. Le renne
accelerarono e arrivarono prima della Befana nel paesino di montagna e regalarono doni a tutti.
La Befana non riuscì ad attuare il suo piano e chissà perché diventò amica di Babbo Natale e gli
insegnò a preparare ottimi dolcetti.
Antonio e Samuele